La Cura della Fiducia
La mia Idea di Crescita e Cura: La Cura della Fiducia
Carla Bonomo
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Sappiamo che la Fiducia è un elemento essenziale in ogni relazione e specialmente nelle relazioni di cura e facilmente possiamo stimarne il valore all'interno della relazione tra lo psicologo e la persona che gli domanda aiuto. Scartando l’involucro di questo pensiero generico e aprendo perciò la questione della fiducia, ti domando:
Cosa ti viene in mente, pensando alla fiducia nel rapporto tra psicologo e paziente?
Immagino che potresti avere in mente una prima semplice riflessione: è indispensabile che la persona che si rivolge allo psicologo si fidi poi di questi, altrimenti sarà quantomeno difficile iniziare un processo di reale cambiamento e sarà difficile per la persona stare meglio, trarre dei benefici apprezzabili dal percorso che ha scelto di intraprendere. Oppure, in risposta alla mia domanda hai pensato spontaneamente a te, presumo che se stai valutando di iniziare un percorso psicologico o di psicoterapia, è anche e innanzitutto questo che speri di trovare: una persona di cui fidarti.
Quando parliamo di fiducia all’interno di una relazione terapeutica, risulta naturale - direi immediato - pensare alla fiducia verso lo psicologo. Ma per quali e quante altre ragioni la fiducia conta in questo tipo di relazione? Siamo in due, per cominciare, ma non risulta altrettanto immediato pensare alla fiducia dello psicologo, alla fiducia che lo psicologo nutre dentro di sé. Posso riferirmi alla fiducia che lo psicologo ha nella propria persona e nel proprio valore professionale, ma anche alla fiducia dello psicologo nel potere personale dell’essere umano che ha davanti.
Di cos’è fatta, la fiducia? A differenza della parola “fede”, sorella etimologica, la parola “fiducia” non rimanda a qualcosa che trascende, ma al contrario esprime un sentimento fondato su basi concrete e attuali. Potremmo dire che la fiducia si fonda sull’esperienza o che deriva dall’esperienza. Per poterci fidare, dobbiamo aver fatto esperienze degne di fiducia. Se pensiamo al nostro concetto di fiducia all’interno di una relazione con un altro essere umano, sappiamo tutti cosa intendo quando affermo che la fiducia ha basi concrete e attuali e che deriva dall’esperienza: sappiamo che la fiducia "si costruisce”, che non è mai data una volta per sempre, che in una relazione nuova abbiamo bisogno di un certo tempo per fidarci e perciò di vivere esperienze meritevoli di fiducia, riconosciamo che la fiducia è in qualche modo sempre in gioco, che gli accadimenti possono perciò rafforzarla o indebolirla, che si può perderla, che si può ritrovarla.
La fiducia ha basi concrete e attuali perché, come ogni altra esperienza umana, è - prima di tutto - un’esperienza corporea. Una fiducia autentica non può nascere esclusivamente dalla volontà di fidarsi, per così dire da un pensiero di fiducia. Quando sincera e reale, la fiducia è sempre una fiducia incarnata, vive nel corpo e di corpo.
Puoi fermarti a riflettere se vuoi sul significato di una fiducia incarnata, ti invito a farlo, a riflettere perciò su com’è questo sentimento di fiducia viva in una relazione di cura, su come si manifesta dentro la stanza di uno psicologo, sulla poltrona che ti accoglie, davanti a lui o lei.
Possiamo chiederci a questo punto e puoi chiederti: quali esperienze di profonda fiducia ho fatto nella vita? Di quali persone so di potermi fidare? Tendo a fidarmi in genere di persone che conosco ancora poco oppure sono tendenzialmente diffidente in relazioni appena nate? Quante volte ho sentito tradita la mia fiducia? Come faccio a sapere se mi fido: dove la sento, nel corpo, la fiducia viva?
Concludo questa breve riflessione provando a riassumere in poche parole la mia idea di fiducia, a dire cosa intendo per Cura della Fiducia, cosa ho in mente davanti a ciascuna persona che mi domanda ascolto e aiuto, indipendentemente dalla sua unicità e dalle ragioni particolari che l’hanno portata a incontrarmi:
Ho fiducia nella saggezza del nostro corpo di esseri umani e del nostro sistema nervoso perché possiedono un innato potere di guarigione. Questa fiducia si nutre di ogni nuovo scambio. Mi prefiggo l’obiettivo di accompagnare la persona, attraverso il dialogo e con l’esperienza che accade e che le accade nel nostro incontro, a fidarsi a propria volta delle proprie risorse naturali, per trovare la via della cura e di un maggiore benessere.
Per fare ciò, so di potermi certamente avvalere delle parole e della logica, di poter accrescere nella persona che ho davanti la comprensione di come funzioniamo. Parallelamente, fin dal principio riconosco il bisogno di co-costruire insieme alla persona una nuova fiducia, che possa generarsi a partire dalla concretezza dell’esperienza corporea. Prima di tutto e sempre: sentirsi al sicuro. Poi, esplorare le sensazioni, accrescere la consapevolezza corporea, scoprire quali sono i margini della “finestra di tolleranza”, cioè i confini oltre i quali l’esperienza cessa di essere positiva, familiare e tollerabile, per divenire qualcos’altro di meno piacevole che rende necessario attivare le difese: è qui, su questi confini, che si gioca la possibilità di fare nuove esperienze di fiducia, di aumentare la fiducia profonda, quella sentita sinceramente dal corpo.
Infine, tengo ben presente un semplice concetto. A volte vorremmo fidarci, desideriamo sentirci fiduciosi, per poter andare avanti, per poterci affidare, per poter mettere in campo tutto il nostro potenziale di crescita, ma nonostante il desiderio di fiducia, qualcosa ci impedisce di abbandonare la posizione della difesa, in favore di quell’apertura che ci consentirebbe di relazionarci in un modo più profondo con l’altro e col mondo e perciò di progredire. In altre parole in questi casi facciamo esperienza di un conflitto tra la fiducia pensata/voluta e la fiducia non-sentita. È facile che l’autocritica e il giudizio possano entrare in campo in situazioni del genere. Ritengo invece che occasioni di questo tipo siano preziose, per almeno due ragioni. 1. Ci offrono la possibilità di esercitare e nutrire la compassione verso noi stessi. 2. Ci mettono nelle condizioni di comprendere la nostra storia, i nostri stili di funzionamento, le memorie implicite che ci impediscono di sentirci al sicuro in condizioni che razionalmente riconosciamo sicure e al contempo di individuare di quali esperienze abbiamo bisogno per appropriarci di un nuovo modo di stare al mondo. Se l’autocritica e il giudizio lasciano spazio alla comprensione delle ragioni, all’accoglienza di ciò che sentiamo, si apre la via di una possibile nuova integrazione tra mente e corpo, che supera quel conflitto tra la fiducia pensata e quella sentita.